Una vita da allenatore: “Condividere per crescere”

«La felicità, per me, è quando un bambino che a settembre non sapeva stoppare un pallone, a maggio ci riesce. Oppure quando passano gli anni e gli ex allievi mi danno una pacca sulla spalla e mi dicono ‘Ciao, mister!’. Questa è la cosa fondamentale… vuol dire che hai lasciato loro qualcosa». Parola di Stefano Serino.

36 anni, milanese, allenatore della categoria 2008 e responsabile dell’attività di base dei pulcini dell’ASD Trezzo. E’ il ritratto di Stefano Serino, che da 15 anni dedica la sua vita al calcio dalla panchina. Proprio per questo, da un po’ di tempo, ha deciso di creare una pagina Facebook in cui mette a disposizione il suo bagaglio di esperienze, conoscenze, schemi di gioco ed esercitazioni.

“Sto pensando di andare all’estero per studiare una metodologia diversa da quella del calcio italiano. A breve spero che il calcio possa essere la mia prima fonte di guadagno”, ci racconta Stefano. Ed è quello che noi gli auguriamo. Intanto, vi proponiamo le sue idee in merito al calcio.


Qual è la difficoltà più grande per un allenatore?

Dal mio punto di vista è fare le convocazioni l’ultimo giorno di allenamento: è difficile spiegare a un bambino che quel sabato non è convocato per questo o quel motivo. Ancor più difficile spiegarlo ai genitori, che molto spesso pensano di avere Maradona come figlio.

Dal mio punto di vista, nel calcio dei bambini non dovrebbe esserci agonismo, però è ovvio che quando vai a scontrarti con altre squadre e altre società, vai in campo per vincere. Lo faccio io per primo, però cerco di dare un aspetto ludico e socio-relazionale a tutta la situazione.


In che modo favorisci lo sviluppo del gruppo?

Il gruppo si crea anche fuori dal campo, è fondamentale. Per questo spesso organizzo esperienze che sono anche al di là del calcio: per esempio, a febbraio dell’anno scorso, ho portato i bambini della mia squadra per 3 giorni in montagna. Avevamo un campo da calcio a disposizione, ma c’era troppa neve, quindi invece delle classiche partitelle, abbiamo optato per delle battaglie di palle di neve. Per i prossimi mesi, invece, stiamo mettendo in piedi un torneo estivo a Cesenatico: i genitori non ci saranno, ma saremo io e altre tre persone del mio staff ad accompagnare i bambini in questa fantastica esperienza.


Trovi problematici i rapporti con i genitori?

Dipende come li gestisci: se fai vedere in campo che ti impegni, che lavori bene, che dai attenzione anche a quel bambino che diventerà un grosso ingegnere e non un calciatore, allora i genitori ti apprezzeranno. I genitori che pensano che il proprio figlio sia Maradona, ci sono e ci saranno sempre. Personalmente posso dire che a fine partita è difficile che stia a bordo campo con i genitori, preferisco stare nello spogliatoio con i ragazzi, che si vinca o che si perda. Vedo tanti miei colleghi fare commenti post partita con i genitori, ma questo non fa per me perché credo che il genitore ti porta sul palmo di una mano e in un attimo ti porta a schiacciare tutto quello che di bello hai fatto, criticandoti. Quando fai determinate scelte per far giocare un po’ tutti, devi essere preparato a subire critiche. Se mi è capitato di perdere dei ragazzi, è stato perché hanno capito che il calcio non faceva per loro e hanno cambiato. Credo di avere un buon carattere, quindi non ho mai avuto grossi problemi. Anche perché credo che l’agonismo non faccia per me. A me piace insegnare il calcio ai bambini.



L’agonismo quindi non è per tutti?

Direi di no. Io, per esempio, sono felice anche solo se un bambino che a settembre non sapeva stoppare un pallone, a maggio ci riesce. Oppure è molto bello quando passano gli anni e i tuoi ex allievi ti danno una pacca sulla spalla e ti dicono ‘Ciao, mister!’. Questa è la cosa fondamentale, è ciò che dà la motivazione per fare questo lavoro. Vuol dire che qualcosa gli hai lasciato.


Parliamo della tua pagina Facebook...

Principalmente l’ho creata per cercare di condividere con le miriadi di allenatori che ci sono nel mondo le esercitazioni per i piccoli, dando spunti e ricevendone. E poi, come scopo finale, magari potrei arrivare a ottenere visibilità agli occhi di osservatori di grandi squadre. Ma lo faccio senza nessuna presunzione.


L’hashtag che usi nei tuoi post è #lacondivisionepercrescere.

Sì, perché penso di poter dare qualcosa a qualcun altro, e che quel qualcuno possa crescere grazie a questa condivisione. Nel calcio non si inventa nulla, è tutto scritto, quindi non ho paura che la gente possa copiare, ma mi fa piacere invece che possa prendere spunto. Ovviamente non mi ritengo un genio della lampada, però so che il feedback migliore che posso avere me lo danno i bambini e soprattutto i genitori: se si ricordano di te, ti fanno apprezzamenti anche dopo qualche anno, vuol dire che l’obiettivo è raggiunto.

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