“Un buon metodo di studio, organizzazione e responsabilità”. Come gestire calcio e carriera scolastica

Si può essere brillanti sia sul campo di calcio che a scuola? Difficile, ma non impossibile. Parola di Marco Contigiani, cresciuto a pane e sport, con un ottimo percorso di studi alle spalle. Gli abbiamo chiesto quale fosse il suo segreto ed ecco cosa ci ha raccontato...

Tre-quattro allenamenti a settimana, la partita e, se la meta della trasferta è lontana, il sabato in viaggio. Avere la possibilità di giocare a calcio è un sogno che si realizza per molti bambini, ma è dura incastrare questi ritmi con l’impegno principale: la scuola. C’è un luogo comune purtroppo molto diffuso che etichetta i calciatori come “ignoranti”: sicuramente è difficile portare avanti in modo impeccabile entrambe le strade, ma questo non significa che nessuno ce la possa fare. Marco Contigiani oggi ha una bella famiglia e un lavoro, ma il calcio è sempre il centro della sua vita, dai 6 ai 32 anni, senza che questo potesse bloccare il suo percorso di studi, portato avanti brillantemente.

A Marco abbiamo chiesto quale fosse il suo segreto e quali responsabilità ha la squadra rispetto alla carriera scolastica dei giovani calciatori. Ecco cosa ci ha raccontato.


Ciao Marco! Raccontaci un po’ della tua carriera sportiva e del percorso di studi...

Sono di Montegiorgio, un paesino nelle Marche, ho iniziato a giocare a calcio a 6 anni, nel settore giovanile del mio paese che ha una squadra dilettantistica. Fino alla terza media ho giocato anche a pallavolo, senza grossi problemi con la scuola, sono andato sempre abbastanza bene. Poi ho dovuto fare una scelta perché gli allenamenti diventavano 3 più la partita, e quindi ho scelto di giocare solo a calcio, rimanendo fino ai 16 anni nel settore giovanile. Poi sono passato alla prima squadra e l’impegno è diventato di 4 giorni a settimana più il match e a volte mi chiamavano anche nel settore giovanile, quindi i giorni dedicati al calcio erano 5, se non 6. Parallelamente frequentavo il liceo. Ho giocato fino a 21-22 anni a Montegiorgio, poi ho girato un po’ per altre squadre tra Eccellenza e serie D, e nel frattempo mi sono iscritto all’università. Ho sempre continuato a studiare fino a laurearmi. Fino alla terza media lo sport era un divertimento, non esisteva uscire con gli amici, perché stare con loro corrispondeva al gioco: per me lo svago era l’allenamento o la partita, non c’era né impegno né pressione. Quando sono passato in prima squadra l’impegno è aumentato anche dal punto di vista mentale, inoltre ero pagato, quindi avvertivo la responsabilità verso compagni, società e tifosi. Ho smesso di giocare a 32 anni.


Quanto è stato faticoso studiare e avere una carriera sportiva così intensa?

Non ho avuto grossi problemi con lo studio, certo è che le ore di una giornata sono quelle, quindi di sacrifici dai 16 anni in poi ne ho fatti: il venerdì e il sabato non uscivo, la domenica avevo la partita tutto il giorno e il lunedì ricominciava la settimana. Per anni non è stato un peso, lo è diventato quando sono cresciuto. La fortuna è stata avere degli insegnanti che sono stati bravi a farmi capire quale fosse il miglior metodo di studio per me: ottimizzavo il tempo in ogni momento. Nelle ore libera a scuola, mi mettevo in una stanzetta e cominciavo già a studiare, oppure mi avvantaggiavo già con gli appunti, schematizzando le lezioni per i giorni seguenti. Appena tornavo a casa mangiavo velocemente, riuscivo a ricavarmi 30-45 minuti per lo studio e poi riprendevo alle 18 dopo l’allenamento. Certo l’impegno deve essere costante, cercavo di andare sempre volontario il prima possibile per organizzare al meglio il tempo, perché in certi giorni, tra cui la domenica, non avevo nessuna possibilità di aprire i libri. C’è bisogno di organizzarsi e fare sacrifici: in linea di massima, mi ha spinto il senso di responsabilità e la consapevolezza che il calcio era una passione, ma non poteva darmi da vivere, quindi un futuro me lo dovevo costruire. La mia famiglia, poi, ha sempre preteso che mi impegnassi prima di tutto sullo studio. Forse se fossi andato male a scuola, mi avrebbero fatto saltare degli allenamenti. Senso di responsabilità e di sacrificio mi hanno accompagnato anche all’università: andavo sempre ai primi appelli, e l’annata era sempre a alti ritmi.


Hai detto che i tuoi insegnanti ti hanno dato un metodo ben preciso. Lo consiglieresti?

Ognuno deve cercare il suo. Io riuscivo a frazionare lo studio, schematizzando qualsiasi testo in modo molto concettuale. Magari in 10 minuti avevo schematizzato due pagine e mi bastava riguardarle per essere pronto. Ritagliavo il tempo proprio per fare in modo di avvantaggiarmi ogni volta che avevo un po’ di tempo libero.


Pensi che chi pratica uno sport a livello agonistico possa trarne benefici anche dal punto di vista scolastico?

Secondo la mia esperienza, posso dire che lo sport ha formato molto il mio carattere perché a 15-16 anni mi sono ritrovato in uno spogliatoio di 30enni, con obiettivi da raggiungere  e pressioni: all’epoca l’ambiente dello spogliatoio di una squadra di calcio non era il massimo della vita. Una situazione del genere forma il carattere aiuta a avere quel coraggio e quella responsabilità per affrontare situazioni che ti mettono pressione. Per esempio, posso dire di essermi sentito più sotto pressione durante una partita che prima della maturità. Penso, inoltre, che il calcio ti dia una certa disciplina: per raggiungere gli obiettivi, devi fare un po’ di sacrifici e lo stesso vale nello studio.


Secondo te, se un ragazzo ha difficoltà a scuola, la squadra dovrebbe intervenire o si tratta di universi che devono restare separati?

Credo sia importante che la società controlli il curriculum scolastico, perché lo sport deve essere un secondo punto di educazione, accanto alla scuola, a supporto dell’educazione familiare. Ma credo anche che tante società non siano pronte né a seguire il ragazzo né ad essere un punto di riferimento formativo, perché l’ambiente del calcio non è particolarmente sano. So di società di primissimo livello che richiedevano un minimo di risultati scolastici per giocare tra le proprie file, ma so anche di altre squadre che vedevano che il ragazzo aveva scarsi risultati scolastici e gli pagavano una scuola di quelle che regalano il diploma. In un mondo ideale, sport e scuola dovrebbero essere i supporti della famiglia per formare il ragazzo. Forse stiamo fallendo in tutti e due gli ambiti, anche forse anche nella famiglia.

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