Spirito di servizio: l'ingrediente per essere un dirigente sportivo esemplare

Cosa succede se il figlio di un dirigente sportivo gioca tra le fila della stessa squadra? Lo abbiamo chiesto ad Alessandro, dirigente della Fides SMA di Milano e papà del portiere del team. Ecco cosa ci ha raccontato.

Tante volte, in questo nostro blog, abbiamo dato la parola ad allenatori che ci hanno raccontato le gioie e le difficoltà di svolgere il proprio ruolo. Tante volte, proprio gli allenatori, ci hanno raccontato che uno dei loro maggiori problemi è la gestione del rapporto con i genitori. Ma quando uno dei ruoli dirigenziali della squadra è ricoperto da un genitore dei membri del team, le cose, forse si complicano. O forse no. A fare la differenza è lo spirito con cui si vive tale dualismo. Abbiamo chiesto ad Alessandro Simone, della “Fides SMA” di Milano, di raccontarci come affronta il suo essere dirigente e papà del portiere della squadra.


Ciao Alessandro, ci racconti come è iniziata l’avventura di fare il dirigente della squadra in cui gioca tuo figlio?

La squadra dove gioca mio figlio si chiama Fides SMA (che sta per Santa Maria Ausiliatrice), è una squadra parrocchiale, di oratorio che partecipa ai campionati del CSI. La squadra è l’under 10. Due anni fa il responsabile del calcio mi ha chiesto la disponibilità: tra i mille impegni mi è sembrata una scelta folle, ma poi sono contento per tanti motivi. Col senno di poi sono molto contento di quella che poi alla fine è davvero una famiglia. E’ un’occasione per conoscere una realtà nuova e creare nuove relazioni, ma soprattutto per stare insieme ai bambini, cosa che personalmente ritengo aiuti molto a crescere e maturare come persona nonostante, abbia 40 anni suonati. Mi sono lanciato e ora sono convinto della scelta fatta. Volendo o no sono quasi sempre lì al campo perché mio figlio si allena nella squadra e lo accompagno.


Vogliamo essere sinceri: spesso gli allenatori ci dicono che la loro difficoltà più grande è avere a che fare con i genitori...

Lo confermo e sottoscrivo appieno, è così: è difficile trattare con i genitori. Molte volte dall’altra parte trovi un muro per vari motivi. Altre volte non vivono lo sport come un momento educativo, ma vogliono che il figlio diventi il campione di turno (se devo essere sincero, non è il nostro caso, per fortuna). Un problema che noi riscontriamo è che la società sportiva è inserita all’interno di una parrocchia e quindi spesso va di pari passo con l’attività pastorale: molto spesso ci si ritrova “contro” persone atee che non condividono appieno le scelte o un percorso che è stato fatto, e quindi è difficile anche relazionarcisi.


Qual è la dote che non dovrebbe mancare a un allenatore o un dirigente?

Entrambi devono sapere che dietro alla loro funzione c’è quella più ampia dell’essere dei formatori. Un educatore, in certi momenti, dovrebbe essere capace di dire di no: per esempio, se un bambino è davanti a una palese difficoltà di svolgere una specificata attività sportiva, non ci vedo niente di male a dire al genitore che forse suo figlio dovrebbe intraprenderne un’altra. Certo, è vero anche che a volte questo non basta perché i genitori riversano sui figli i loro desideri.


E ora veniamo alla domanda più importante: è difficile conciliare il ruolo di genitore e con quello di dirigente?

Sì, lo è, perché c’è una sorta di conflitto di interessi. Ho la fortuna di non essere uno di quei genitori che nutre grosse aspirazioni, non spero che mio figlio diventi il portiere della nazionale italiana, ma neanche un campioncino del torneo del CSI. Da questo punto di vista, la cosa che auguro sempre a mio figlio - e che per il momento condividiamo - è che comunque quella che sta facendo è una strada, lo sport aiuta a crescere e a relazionarsi coi compagni di squadra, aiuta a maturare, a farti uomo. Questo è il primo desiderio che ho.

A volte, da essere umano, un po’ mi arrabbio, nel senso che quando vedo, magari, una parata o un movimento che non vanno bene, mi trasformo in dirigente della squadra,  ma mi rendo conto di sbagliare, perché avverto un po’ questo conflitto di interesse. Il fatto di rivestire un ruolo “dirigenziale”, comunque, lo vivo molto con spirito di servizio, come una cosa che mi è stata chiesta e che svolgo per il bene della squadra. Oggi sono referente per i genitori, domani magari non lo sarò più: la società mi ha dato questo incarico e lo vivo umilmente, mi metto a disposizione della società e della comunità pastorale perché questa cosa venga fatta al meglio del meglio delle nostre possibilità. Poi siamo esseri umani e ovviamente possiamo sbagliare.

Indietro
  • #dirigente
  • #squadra
  • #genitori
Altri contenuti