Giulia Fano: quando la passione per il calcio a 5 si tinge di rosa

I dati parlano chiaro: il Futsal è uno sport in netta ascesa e le donne ne sono grandi protagoniste. E ormai non è più una novità. Ce lo racconta Giulia Fano, con un grande passato nel panorama del calcio a 5 della Capitale

Più di 100mila tesserati, 2.500 società, tre milioni e mezzo di praticanti, di cui 4.504 donne: i numeri del calcio a 5 raccontano di un fenomeno in crescita, e a tinte rosa. Dati che già da tempo hanno sfatato il famoso mito del calcio come sport prettamente maschile.

E’ ancora strano vedere una donna che preferisce gli scarpini ai tacchi? Sembra di no: lo racconta ai microfoni di Spond Giulia Fano, 28enne originaria di Civitavecchia, con un passato di glorie nel panorama romano del Futsal.

Giulia ha iniziato la sua carriera nella stagione 2006/2007 con la “Lazio Football Girls” Under 21, disputando anche alcune presenze in prima squadra. Negli anni successivi è stata tra le fila dell’Olimpus e del Futbolclub, squadra con cui ha vinto il Campionato regionale, in un periodo in cui ancora non esisteva una competizione a livello nazionale. Da questa vittoria è scaturita la chiamata della Fenice, team all'interno del quale la Fano è stata protagonista di un’incredibile scalata dalla Serie D alla Serie A.

Da poco meno di 4 mesi è diventata mamma del piccolo Pietro, ma la passione per il calcio a 5 è rimasta viva in Giulia, che, come siamo riusciti a farle ammettere, non riesce a non pensare ad un probabile ritorno sui campi.

Giulia, raccontaci come ti sei avvicinata a questo sport.

Un po’ come per Oliver Hutton, protagonista di “Holly e Benji”, sin da quando ero piccolissima, il pallone era il mio gioco preferito: anche mentre studiavo, tenevo la palla tra i piedi e ci giocherellavo. Poi il nonno di un mio compagno delle elementari ebbe l’idea di costruire per suo nipote delle porte da calcio proprio accanto a casa sua, ed io iniziai a passare lì interi pomeriggi. Vivendo in una città di provincia in cui il calcetto femminile non era praticato, ho potuto iniziare a giocare solo dopo il mio trasferimento a Roma e, grazie agli infiniti giorni trascorsi a nel famoso campetto di Civitavecchia, ho passato subito il provino con la Lazio ed ho iniziato la carriera agonistica.

...fino ad arrivare a conseguire la fascia di Capitano nella Fenice.

Ricevere la fascia ha costituito per me un momento di grande crescita personale e professionale. Devo essere sincera: venivo da un anno non al top, in cui spesso non prendevo parte agli allenamenti. All’inizio della nuova stagione, il mio allenatore dell’epoca decise non di punirmi, ma di darmi fiducia e responsabilizzarmi, affidandomi il ruolo di Capitano. Devo dire che ha funzionato: mi sentivo in dovere di dare il buon esempio alle mie compagne, e i frutti poi si sono visti.

Oggi il calcio e il futsal femminili sono fenomeni in crescita. Ma quali erano le reazioni delle persone quando scoprivano che sport praticassi, qualche hanno fa, quando ancora non era così affermato?

Quasi sempre c’erano reazioni di curiosità o di incredulità, più che altro perché pochi ritenevano che la pratica di questo sport da parte delle donne potesse essere minimamente presa sul serio. Ormai, soprattutto nella zona di Roma, il calcio a 5 femminile è cresciuto esponenzialmente e, fortunatamente, non suscita quasi più tali reazioni.

Pensi che una squadra femminile debba essere allenata da un uomo, da una donna o la cosa è indifferente?

Una delle problematiche maggiori della lenta crescita del calcio a 5 femminile, a parer mio, è proprio il modo in cui le squadre sono state affidate agli allenatori: è stato dato per scontato che bastasse un uomo che avesse giocato a calcetto (o addirittura a calcio) per poter allenare una squadra femminile. In realtà, questa disciplina, come qualsiasi altro sport, ha bisogno di essere seguita con allenamenti mirati per le caratteristiche diverse della fisicità delle donne. Sicuramente un uomo che ha giocato tanti anni a calcetto può dare molto della sua esperienza, ma, a prescindere dal genere, l’importante è che l’allenatore/allenatrice sia una persona preparata e che si aggiorni costantemente. Posso dire che anche su questo argomento la situazione si sta muovendo nella direzione più opportuna. Se devo esprimere una mia personale preferenza, posso dire che mi sono trovata meglio con allenatori di sesso maschile.

Quali sono i consigli che daresti a un allenatore per gestire le dinamiche di spogliatoio di una squadra femminile?

Oltre alla differenza della fisicità delle donne che comporta un lavoro mirato sugli aspetti peculiari di queste da parte dell’allenatore, ho notato che in una squadra femminile è sempre un po’ complicato mantenere una coesione duratura o comunque una serenità mentale continua, ma credo che questo valga per il calcio a 5 come per qualsiasi altro sport. Fondamentale è quindi che l’allenatore curi costantemente la sua formazione anche da un punto di vista di psicologia dello sport, per esempio attraverso i corsi annuali forniti dalla Federazione, così da poter gestire bene il gruppo e diventarne il punto di riferimento.

Inoltre, è fondamentale avere un'ottima comunicazione di squadra, servirsi dei giusti strumenti tecnologici per favorirla e motivare moltissimo il gruppo anche nei momenti no.

Un’ultima domanda personale. Da pochi mesi sei diventata mamma: pensi che questo tuo nuovo ruolo sia conciliabile con l’attività di atleta? In altre parole, prevedi di tornare in campo?

E’ presto per dirlo, ma mi piacerebbe moltissimo e sto cominciando a ripensare ad un probabile ritorno. Vedremo!

Indietro
Altri contenuti