Ecco perché i piccoli calciatori del Salaria Sport Club "tifano l'arbitro"

Dopo l'aggressione ai danni di un giovane arbitro, la società romana ha deciso di creare un mini-torneo in cui i giocatori erano chiamati ad arbitrare le gare. Una giornata che ha regalato emozioni agli adulti e senso di responsabilità ai bambini.

“Le parole non descrivono esattamente la bellezza di quello che abbiamo vissuto”. Ma la voce sì, e quella di Fabio Eleuteri, presidente della “SSD Salaria Sport Club” raggiunto telefonicamente dalla redazione di Spond dopo il successo dell’evento “Io tifo l’arbitro”, è un mix di entusiasmo, orgoglio ed emozione.

Domenica 18 novembre, i bambini della sua scuola calcio hanno vissuto una giornata davvero particolare: nel giorno in cui la Federazione ha deciso di bloccare in via punitiva tutte le gare previste nella regione Lazio dopo l’aggressione subita dall’arbitro Riccardo Bernardini, il Salaria Sport Club ha deciso di istituire un mini-torneo di una giornata, in cui a vestire i panni del direttore di gara fossero proprio i piccoli calciatori “per capire e comprendere realmente cosa significhi fare l’arbitro e per meglio comprendere le dinamiche e le emozioni che questa figura affronta durante un incontro di calcio”, come si legge nella presentazione dell’evento.


Fabio, cosa vi ha spinto a realizzare questa manifestazione?

L’idea è nata dopo l’aggressione subita da Riccardo Bernardini, arbitro della sezione di Ciampino, al termine di un match del campionato di promozione, durante la quale aveva espulso due giocatori della squadra di casa.

Era l’ennesimo caso, stavolta per poco non ci scappava il morto, e quindi era importante dare un segnale. La Federazione ha deciso di bloccare le gare previste per domenica, ma è una reazione che non lascia alcun messaggio educativo, un po’ come nascondere la testa sotto la sabbia. Lo stop riguardava anche i calciatori più piccoli, che però neanche sapevano il motivo di tale decisione: loro sono ricoperti di compiti tutta la settimana, come fanno a capire che il loro unico momento di sfogo, quello della partita del weekend, viene cancellato perché un adulto ha malmenato l’arbitro?

E allora mi è venuto in mente che potevamo nel nostro piccolo cercare di dare un messaggio educativo ai nostri ragazzi: facciamo provare a un bambino cosa vuol dire arbitrare, da lì proveremo a costruire un atteggiamento di rispetto verso una figura come quella del direttore di gara.


Come si è svolta la giornata?

Abbiamo dato a 7 dei nostri bambini una piccola divisa, costituita da una maglietta, un cappello e ovviamente il fischietto, e poi abbiamo chiesto loro di essere protagonisti di alcuni momenti importanti come il fischio d’inizio e fine match, lo stop al gioco quando un giocatore era a terra o la scelta del migliore in campo. Tutti aspetti “grossolani” dell’arbitraggio, ma che comunque ti fanno capire che stai dirigendo una gara e che ne sei responsabile.

Armati di penna e blocchetto, i ragazzi sono stati mandati in coppia a dirigere  i match. Sul campo centrale c’era anche il “quarto uomo”, cioè colui che doveva stare attento alle panchine.


Un bilancio dell’iniziativa?

Ne è venuta fuori una giornata fantastica, perchè i piccoli arbitri sono stati protagonisti assoluti insieme ai membri delle squadre del torneo: all’inizio abbiamo chiamato in campo tutti i calciatori, e poi anche i 7 arbitri. Tutti insieme, abbracciati, hanno cantato a squarciagola l’inno d’Italia. C’era quasi un clima da finale dei mondiali! I piccoli arbitri hanno vissuto il loro ruolo in maniera totale: li vedevi contenti, responsabilizzati, si sentivano più grandi, anche perché alla fine hanno ricevuto un piccolo diploma di “Arbitro per un giorno”. I genitori ci hanno riempito di messaggi di ringraziamento. Insomma, è stata una giornata diversa, molto più educativa del semplice "mettere la testa sotto la sabbia".


Tornando al caso dell’arbitro aggredito, qual è il tuo punto di vista rispetto a quell’episodio?

Purtroppo è solo l’ennesimo caso. Noi organizziamo tornei da tanti anni e abbiamo formato una nostra classe arbitrale che lavora sempre con noi: ogni sera dobbiamo andare a difendere questi ragazzi da atteggiamenti di mancanza di rispetto. La nostra missione quotidiana è praticamente quella di difendere l’arbitro. Una settimana prima che avvenisse l’aggressione, avevamo mandato una lettera agli organizzatori di un torneo in cui di solito arbitravano i nostri direttori di gara, dicendo che non avremmo più garantito questo servizio rinunciando a dei soldi, per mancanza di educazione nei confronti degli arbitri stessi. Come si può vedere, vivendo il problema dall’interno, sono molto sensibile all'argomento.


Cosa può spingere a avere una reazione così violenta nei confronti della figura dell’arbitro?

Soprattutto nei quartieri un po’ difficili, prendersela con l’arbitro equivale a andare contro l’autorità, contro la figure del padre o delle forze dell’ordine che vogliono punire, perché il direttore di gara è visto come colui che ti obbliga a rispettare le regole. Quando è avvenuto questo ennesimo caso, mi sono venute in mente tutte le cose che dico ai genitori della scuola calcio, cioè che non insegnano più ai propri figli il rispetto per l’autorità, come quando a scuola si insultano i professori per un voto basso. Si sono invertiti i ruoli canonici del rispetto delle figure. Il militare non c’è più, i professori non sono più rispettati, quindi noi vogliamo muoverci e fare qualcosa per far capire che ci sono figure che devono essere rispettate a prescindere. Se non ci preoccupiamo di farlo ora sarà troppo tardi: magari con questa iniziativa abbiamo fatto solo l’1%, poi un domani raggiungeremo il 2%, ed è così che piano piano si cresce.

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