Drop-out: evitare che i bambini abbandonino il calcio è anche una tua responsabilità

Dietro al fenomeno del drop-out ci sono spesso dinamiche di spogliatoio o incomprensioni con l’allenatore. Ecco perché è fondamentale che il coach di una squadra sappia empatizzare con i ragazzi e sia in grado di favorire un ambiente sereno

Perché alcuni bambini continuano a frequentare i tuoi allenamenti, settimana dopo settimana, sotto il sole cocente o con un clima glaciale, mentre moltissimi altri scappano via dopo qualche allenamento?

Secondo quanto riportato sul sito della FIGC, “i tassi di abbandono nel calcio giovanile di cinque paesi europei è di circa 700.000 giovani di età tra i 10 e i 18 anni. Riportando in percentuale annua, i ragazzi che abbandonano il calcio sono mediamente il 23,9%. L’analisi ha indicato che i tassi di abbandono annuali sono stabili dall’età di 10-19 anni, con tassi più alti per le ragazze (26,8%) rispetto ai ragazzi (21,4%). Ogni anno, quindi, circa un quarto dei giovani calciatori lascia questo sport”.

Le motivazioni

Il drop-out (dall’inglese, “abbandonare”) è quindi un fenomeno diffusissimo anche in uno sport nazionalpopolare come il calcio. Provando ad analizzarne le motivazioni, le risposte maggiormente fornite dai bambini sono state:

  • “ho perso interesse”;
  • “l'allenatore fa preferenze”
  • “non mi stavo divertendo”;
  • “ho sviluppato altri interessi non legati allo sport”.

Ma è difficile che un bambino non voglia più frequentare la scuola calcio per un’unica ragione, per questo, lo studio citato da FIGC ha analizzato anche le "motivazioni dietro alle motivazioni" dell'abbandono, scoprendo che le risposte fornite dai giovani ex calciatori nascevano da dinamiche da spogliatoio, per esempio:

  • I loro allenatori non stavano facendo un buon lavoro;
  • C'era troppa pressione;
  • I membri della squadra non andavano d'accordo l'uno con l'altro.

L’importanza dell’allenatore

Abbiamo raccontato tante volte quanto sia gratificante ma complicato svolgere il ruolo dell’allenatore. Una piccola incomprensione, una parola detta per sbaglio, un rimprovero fatto in un momento di maggiore sensibilità da parte del bambino, sono elementi che possono sfuggire al controllo e possono incidere in maniera determinante sull’esperienza del calciatore, segnandone fortemente la crescita psicologica.

Sono molti ad improvvisarsi allenatori, costringendo i ragazzi a svolgere esercizi e moduli non adatti alla loro fascia d’età e soprattutto non empatizzando con loro.

Quasi sempre, cadiamo nel tranello di definire un allenatore “competente” solo in base alle sue conoscenze tecniche. Si tratta, in realtà, di un giudizio piuttosto superficiale, considerando che il tecnico di una squadra è colui che è chiamato a infondere nei bambini la fiducia in loro stessi e soprattutto ad insegnare loro i valori dello sport.

E’ responsabilità dell’allenatore favorire un ambiente in cui i ragazzi si sentano sereni, perché possano recarsi all’allenamento con il desiderio di passare alcune ore in spensieratezza con il proprio gruppo di pari, all’interno del quale il divertimento viene prima del risultato.

Questo porterà alla creazione di un ambiente che mira al benessere del gruppo, favorendo così processi di socializzazione, di crescita e di sviluppo dell’autonomia.

Per diffondere questa cultura, da alcuni anni la Federazione sta puntando sempre più sulla formazione: vengono istituiti con puntualità corsi che hanno l’obiettivo di fornire le basi dell’allenamento e della psicologia anche ai non professionisti, nella consapevolezza che essi rappresentano il primo punto di contatto tra i bambini e il mondo dello sport.

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