Cosa il calcio può imparare dal rugby: intervista a Mbandà

Maxime Mbandà, 24enne terza linea delle Zebre Rugby e della Nazionale Italiana, è un atleta modello e un grande appassionato di calcio: gli abbiamo chiesto cosa il calcio può imparare dal rugby, e alcuni consigli per ragazzi che vogliono diventare campioni.

Prendi una mamma del Sud Italia e un papà della Repubblica del Congo, un amore enorme per lo sport, tanta umiltà e voglia di fare bene in campo e fuori. Il risultato è Maxime Mbandà, 24enne terza linea delle Zebre Rugby e della Nazionale Italiana.

Attualmente in fase di recupero dopo un brutto infortunio subìto durante il match contro il Galles del 6 Nazioni 2018, Mbandà resta uno dei punti di riferimento della nazionale di rugby, su cui il C.T. Conor O'Shea punta fortemente.

Le giornate di Max si compongono pressappoco così: allenamento, studio, poi ancora allenamento e ancora studio, perché l’obiettivo è vincere in campo, ma anche riuscire a conseguire la laurea in Scienze Motorie.

Un atleta modello, insomma, a cui abbiamo provato a chiedere cosa il calcio può imparare dal rugby, e anche qualche consiglio per ragazzi gestiscono con difficoltà i sacrifici di una vita da sportivo.

Max, di solito, da bambini, si è circondati di amichetti che frequentano le scuole calcio. Raccontaci come ti sei avvicinato al rugby e cosa pensavano i tuoi coetanei di questa tua scelta.

In realtà, se ho conosciuto questo sport è proprio merito di due miei compagni di classe che, in terza elementare, giocavano già a rugby. Oggi devo davvero dire grazie a loro! Diciamo che questa disciplina sportiva all’epoca non era ancora così conosciuta tra i bambini: molti non sapevano cosa fosse, alcuni lo confondevano con il football americano e quindi ogni volta dovevo spiegare loro che si trattava di due sport assolutamente diversi.

Quali sono i valori che guidano il tuo essere atleta?

Innanzitutto il rispetto per il proprio compagno e l'avversario. La consapevolezza che senza il sostegno dei compagni non vai da nessuna parte e che la squadra è una "seconda famiglia". Infine, che solo il capitano può parlare con l'arbitro.

Credi che lo sport di squadra abbia una marcia in più rispetto a quello individuale nella crescita di una persona?

Io ho praticato nuoto per 7 anni, 3 dei quali alternati con il rugby. A me piacciono in generale tutti gli sport, ma se dovessi scegliere tra avere la testa sotto l'acqua tutto il tempo e la possibilità di comunicare con i miei compagni in campo, non avrei alcun dubbio: sceglierei sempre lo sport di squadra! Dentro e fuori dal campo ti crei una seconda famiglia, ed impari valori che poi ti porti nella vita: tutto questo è stato essenziale per la mia crescita.

Conciliare vita personale e sportiva può essere complicato e richiedere molte rinunce, soprattutto negli anni della scuola. Quali consigli ti senti di dare ai ragazzi chiamati a fare tali sacrifici?

Se vuoi raggiungere un obiettivo, come in tutti i casi della vita, devi prima crederci al 100%, poi sono ovviamente importanti la dedizione e la costanza nell'allenamento, il porre la massima attenzione quando qualcuno ti insegna qualcosa, mettere da parte alcune "serate" con gli amici perché, ahimè, il riposo è fondamentale, e continuare a studiare perché, a parte alcuni sport, non tutti ti permettono di vivere di rendita alla fine della tua carriera: devi essere intelligente e trovare la tua strada per non essere colto alla sprovvista dalla vita.

Quali sport segui oltre al rugby?

Come già detto amo tutti gli sport, ma seguo in particolare calcio (tifo per il Milan e simpatizzo per Roma e Benevento), Formula 1 e MotoGp.


Secondo te, c’è qualcosa che il calcio potrebbe imparare dal rugby?

Io sono milanista sfegatato ed ogni volta che vedo una partita di calcio, purtroppo, penso sempre la stessa cosa. Il fatto che quando ci sia un fallo, i giocatori inveiscano contro l'arbitro, per me è assolutamente impensabile. Nel rugby solo il capitano può parlare con l'arbitro, ed a volte il giudice di gara può essere stanco delle lamentele del capitano, e glielo comunica chiaramente. Se qualcuno al di fuori di questa figura dovesse lamentarsi, la squadra perderebbe 10 metri di campo o il giocatore rischierebbe il cartellino giallo, che nel rugby comporta l'allontanamento dal campo per 10 minuti. Potrebbero sembrare pochi, ma poi devi vedertela con i tuoi compagni, che sicuramente non saranno contenti di aver giocato 10 minuti con un uomo in meno solo perché ti sei lamentato con l'arbitro.
Questo atteggiamente nel calcio purtroppo si vede quotidianamente, e i bambini che guardano le partite da casa, ripetono questi comportamenti in campo, e crescono con un’idea sbagliata di rispetto verso una figura che in teoria ci "arbitra" sul campo, come nella vita.




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