“Così noi agenti facciamo il bene del calciatore”. La parola al procuratore

I procuratori sportivi pensano solo al proprio tornaconto a spese del calciatore o pensano al suo benessere? E, soprattutto, l’agente è da considerare come un antagonista dell’allenatore? Lo abbiamo chiesto a Davide Salerno di Base Soccer.

Tra i vari interlocutori del mondo del calcio, non vi sono solo giocatori, allenatore, società e genitori. Capita spesso che, a un certo punto del percorso di crescita del ragazzo, si faccia vivo un nuovo interlocutore, quello del procuratore - o agente - sportivo.

Una figura spesso dipinta in termini negativi, ma che, invece, sembra essere mossa da un unico intento: quello di fare la felicità del calciatore, della sua famiglia e delle società coinvolte.

Questa settimana, abbiamo quindi deciso di intervistare Davide Salerno, agente sportivo della Base Soccer, una delle più importanti agenzie al mondo. Vediamo cosa ci ha raccontato.



  1. Ciao Davide, innanzitutto un chiarimento: è più corretto chiamarti “agente” o “procuratore”?

In gergo comune ci definiscono procuratori. Credo non ci sia una definizione unica: procuratore sportivo o agente dei calciatori credo siano entrambi utilizzabili, ma se ci atteniamo al nostro albo (registro) provvisorio e al CONI, allora dobbiamo definirci agenti sportivi.


  1. Per quale agenzia lavori?

Lavoro per una delle società più importanti al mondo, Base Soccer Ltd, con sede a Londra. Siamo in più di 60 nel mondo: io lavoro per loro in Italia, occupandomi soprattutto dei giovani.


  1. Come si diventa procuratori?

Quando lo sono diventato io, si doveva superare un concorso indetto dalla Figc e solo dopo si acquisiva la licenza per lavorare in questo settore. Poi, nel 2015 c’è stata la cosiddetta “deregulation”, che prevedeva che tutti potessero far questo lavoro.

Ora il CONI ha ristabilito l’esame per ottenere la licenza e poter far questo lavoro: a marzo 2019 è stata fatta la prima prova scritta.


  1. Quando hai capito che poteva diventare una professione?

Ho vissuto per anni nei Balcani tra Belgrado e Zagabria: lavoravo per l’Università di Economia e durante il weekend andavo in giro per i campi sportivi studiando quei campionati, specialmente il settore giovanile. Lì ho conosciuto tanti addetti ai lavori, e così mi è scoccata la scintilla: volevo fare l’intermediario tra Italia e quel mercato. Tornato qui, ho fatto l’esame nel 2013, poi la prima operazione fino ad arrivare a conoscere il mio attuale capo e a lavorare per questa società.


  1. Raccontaci un po’ la giornata tipica di un procuratore.

Non abbiamo una routine, la mia settimana è sempre variabile: mi gestisco il tempo tra viaggi fatti per vedere partite, appuntamenti con potenziali clienti  o con i club, incontri assidui con i nostri calciatori e meeting con i colleghi. Diciamo che sono sempre in macchina e al telefono, e ogni tanto trascorro qualche giorno di riposo al mare a casa mia, in Puglia.


  1. Può esistere un calciatore professionista “autodidatta”, che fa a meno del procuratore?

Non credo ci siano giocatori che facciano i propri interessi da soli. Al massimo c’è chi si affidano a mogli, parenti o avvocati, incaricati di seguire le loro linee guida, ma comunque molto spesso c’è sempre un agente alle spalle che fa da consulente, che conosce regolamenti, norme, dinamiche e ha rapporti con le società sportive.


  1. Cosa guarda un procuratore in un calciatore? Da quale età cominciate a seguire i ragazzi?

Abbiamo una rete di scout che lavora per noi e ci segnala in base a varie caratteristiche e parametri un determinato calciatore. Oltre alle qualità tecniche, valutaimo, testa, famiglia e non meno importante per noi è la scuola. Per avere un processo di evoluzione, cerchiamo di affiancare il giovane calciatore  e la sua famiglia dai 13/14 anni, ma in quel caso non parliamo di rapporto lavorativo, bensì di affiancamento alla famiglia basato sulla reciproca fiducia, affinché il giovane calciatore possa far le scelte giuste e segua la strada in modo corretto. Così, magari, si può arrivare al primo step: a 16 anni si può firmare il primo contratto. Solo a questo punto si può firmare un mandato per poter stabilire un rapporto di lavoro. Ragazzi più piccoli non dovrebbero avere gli agenti anche perché a quell’età dovrebbero solo allenarsi, andare a scuola e divertirsi, ma in questa fase cerchiamo più che altro di avere un rapporto con i genitori. Il rapporto di fiducia non si costruisce in pochi giorni, ma nel tempo: noi di solito cerchiamo di prendere pochi calciatori, puntando però alla qualità.


  1. Molti criticano voi procuratori, accusandovi di badare solo al vostro tornaconto e non alla felicità dei giocatori. Cosa ne pensi? Hai una tua etica del lavoro?

Per noi è un lavoro quindi avere un nostro tornaconto è importante. La nostra filosofia è fare il bene della famiglia, perché se il ragazzo sta bene, sta bene anche la sua famiglia e così si ottengono maggiori risultati per tutti. In questo caso, c’è quindi un tornaconto per tutti. Il nostro obiettivo, comunque, è da sempre quello di soddisfare in primis le esigenze del calciatore e dei suoi familiari.


  1. Un allenatore cura i suoi ragazzi, li fa crescere e punta così al miglioramento della squadra. Un procuratore prende quei ragazzi e li porta via, magari in una squadra avversaria. Pensi che la figura dell’agente sia in qualche modo antagonista dell’allenatore?

Ma no... l’allenatore fa un mestiere difficile e complicato, lavora con il materiale umano che gli viene messo a disposizione dalla società. Ovviamente a volte noi agenti facendo gli interessi dei calciatori e creiamo opportunità. Poi sta al ragazzo scegliere se andare o rimanere, sempre mettendo d’accordo le società in questione. Ti ricordo che noi non portiamo mai via un giocatore: se il ragazzo è sotto contratto con una società e non è in scadenza, è sempre il club che decide per quanto e quando andrà via il calciatore. Quindi bosogna sempre interfacciarsi con la società di riferimento: ecco perché noi abbiamo grandi rapporti con i club, rispettiamo sempre i ruoli e le dinamiche. L’allenatore non credo sia un nostro antagonista. Sono due mondi paralleli.

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