Che rumore fa la felicità? Quello di un pallone, nel silenzio post-terremoto

Può un pallone che rotola in un campo riportare speranza a chi ha perso tutto? Sembra proprio di sì: è l’esperienza vissuta dalla “Fides SMA”, squadra di Milano che, lo scorso weekend, ha organizzato un torneo a Camerino, una delle città distrutte dal terremoto del 2015.

A Camerino c’è silenzio da 3 anni. Da quando la terra ha tremato così forte che, oltre alle case, ha fatto crollare anche le certezze. Ecco perché le grida gioiose di una squadra di bambini milanesi, desiderosi di giocare a calcio e a pallavolo con i propri coetanei marchigiani, sono risuonate come una novità assoluta.

Ci sono delle volte in cui le gare, l’agonismo, le classifiche vanno messi da parte per fare spazio a qualcosa di più importante, da realizzare servendosi dei valori dello sport: è il caso dell’iniziativa organizzata dalla “Fides SMA”, squadra di calcio, ma anche di pallavolo, della parrocchia “Santa Maria Ausiliatrice” di Milano, che lo scorso weekend si è messa in pullman e ha percorso quasi 500 km per raggiungere proprio la città di Camerino. Obiettivo: vivere 3 giorni in condivisione con le squadre locali, colpite, insieme al resto della popolazione, dal terremoto del Centro Italia del 2015.

Dopo 3 anni, la situazione dei terremotati di Camerino non è cambiata in meglio: per questo, i ragazzi della “Fides” hanno portato l’allegria e i valori dello sport in una realtà che, dopo il boato del terremoto, continua a vivere nel silenzio e totale mancanza di certezze.

Abbiamo raccolto la testimonianza di Alessandro Simone, dirigente della squadra milanese, nonché papà di uno degli atleti, che si è fatto promotore dell’iniziativa. Ecco cosa ci ha raccontato.


Ciao Alessandro, ci racconti come è nata l’iniziativa di un torneo a Camerino?

L’esperienza di Camerino è nata da una provocazione di Paola Braggion, Ministro nazionale dell’Ordine Francescano Secolare d’Italia (OFS), di cui faccio parte: una sera ci ha chiesto di contribuire non solo economicamente al progetto “Pietra su Pietra”, con cui l’OFS sostiene le popolazioni terremotate, ma anche con gesti concreti di vicinanza a queste persone. Le ho proposto quindi questo torneo, e lei si è subito dimostrata entusiasta. Poi ho riportato l’idea alla mia società, che si è fatta promotrice dell’iniziativa. In poco tempo, da novembre a gennaio, si è messa in moto una macchina organizzativa che non ha pari, si sono create una serie di relazioni che hanno permesso quello che è successo nel weekend scorso, grazie all’OFS d’Italia, alle società sportive di Camerino e a un’altra società sportiva di Ravenna che si è unita alla nostra iniziativa. Abbiamo avuto, poi, una risposta enorme da parte di atleti e genitori. Per quanto riguarda invece gli aspetti logistici, come la sistemazione e gli spostamenti, abbiamo collaborato con i referenti sportivi di Camerino e la fraternità OFS locale che hanno coordinato tutto.


Come è stata accolta la notizia dalle società sportive di Camerino?

Da noi è partita l’iniziativa ma dalla loro parte c’è stata una risposta entusiasmante: ci aspettavano con ansia!


E’ stata un’esperienza arricchente?

Sono tante le cose che ci portiamo da questa esperienza. Lo sport è stato il mezzo, la scusa, per andare presso queste popolazioni colpite dal terremoto del 2015, ma sicuramente c’è ben altro dietro: la voglia di condividere il nostro modo di fare sport con il loro, che alla fine è lo stesso, cioè un’occasione per stare insieme. Anche noi, come società, è servito molto, perché sono poche le occasioni durante l’anno in cui tutti gli atleti di calcio e pallavolo stanno tutti insieme in un palazzetto: i ragazzi hanno dormito su delle brandine, che poi sono state oro colato perché all’inizio si prevedeva che dormissimo per terra. Erano le brandine che avevano usato nei giorni successivi al terremoto e vederle in questo palazzetto enorme ha fatto un certo effetto.


Qual è stato il momento che ti ha colpito di più?

La visita alla zona rossa: lì due donne del posto ci hanno ringraziato per il rumore che questi bambini facevano: per noi che viviamo in una società metropolitana è strano. Noi siamo abituati al caos e al rumore: entrare in zona rossa fa molto effetto perché il silenzio è assordante, spaventoso. A distanza di 3 anni, ancora parliamo di palazzi che devono essere in sicurezza. Non ci sono certezze, gli abitanti sono depressi, ci sono stati molti suicidi. Parlando con la popolazione locale, il pianto era all’ordine del giorno. E’ frutto del fatto che si sono sentiti privati delle loro certezze nel loro territorio, a cui sono ancora profondamente legati. Gli occhi di un volontario della protezione civile che diceva in lacrime “Io non lo so se rivedrò Camerino ricostruita” mi rimarranno impressi tutta la vita.


E i bambini? Come hanno reagito a questa iniziativa?

La scelta di andare a Camerino è stata anche un modo per dire ai nostri allievi “Dobbiamo davvero ringraziare per tutto ciò che abbiamo”. La proposta è stata fatta durante una festa di Natale, con delle immagini molto toccanti accompagnate, in sottofondo, dalla testimonianza di una ragazza del posto che raccontava il periodo legato al terremoto e al post-terremoto. Sicuramente l’impatto è stato forte, e la risposta è stata inaspettata: tutti hanno aderito in maniera molto rapida e incondizionata all’invito. Credo che un po’ tutti ci siamo sentiti toccati, i più piccoli però lo vedevano più che altro come un momento per  stare insieme. I bambini hanno vissuto l’esperienza di stare 3 giorni fuori e di dormire su brandine con lo spirito di adattamento che caratterizza l’infanzia, non si sono neanche posti il problema. Era un modo “divertente” di stare insieme. Ci tengo a sottolineare che sono stati veramente tutti educati, dal viaggio in pullman fino allo stare insieme ad altre 150 persone.


Lo sport è presente in quelle zone? Che valore riveste in questo momento?

Ci sono la Polisportiva Camerino, legata soprattutto al calcio, e il CUS legato anche alla pallavolo. Lo sport rappresenta un’occasione per ripartire, per andare avanti. Il presidente della Polisportiva ci ha raccontato che durante il periodo del terremoto, quando gli atleti erano dislocati sulla costa, tra Porto San Giorgio e Porto Sant’Elpidio, loro facevano la spola con il pullmino, quindi parliamo di un’ora di viaggio, per portarli agli allenamenti e poi per riportarli a casa. Non tutti siamo disposti a fare questo genere di sacrifici e metterci in gioco fino a questo punto, ma la loro vicinanza al territorio era così forte che andava oltre la fatica di dover viaggiare 2 ore al giorno. Ci tengo davvero a ringraziare i referenti delle società sportive di Camerino perché si sono impegnati oltremodo per farci sentire a casa, che per loro è ancora più difficile perché una casa non ce l’hanno più.

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